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Dal nostro inviato Clavdivs
RECENSIONE DEL CONCERTO DEGLI URIAH HEEP
Milano – 9 novembre 2008
Quando giungiamo a Milano, io, mia sorella Micaela e il fido allievo Emanuele scorgiamo già la “fila” fuori dal Rolling Stone mentre cerco un parcheggio nelle vicinanze. Si tratta di una coda ordinatissima; sono finiti i tempi degli scontri con i poliziotti per pretendere di entrare gratis ai concerti come succedeva negli anni ‘70. Ricordo ancora una guerriglia urbana con camionette e lacrimogeni e fughe nel fango in cui fui coinvolto anch’io a Padova fuori dal palasport S.Lazzaro nel maggio del 1982. Tutti in fila quindi giovani e non più giovani. Una volta entrati sbirciamo ovviamente l’angolo del merchandising fra tour books, cappellini e tee-shirts tutti riferiti al nuovo disco “Wake the sleeper” di cui si cerca di fare una grande promozione. Il gruppo non faceva uscire un disco nuovo di studio dal lontano 1998 ! Un varco di tempo quasi incredibile e ignominioso per una band che ha venduto più di 40 milioni di dischi e visitato tutti e 5 i continenti in tour.
Se poi pensiamo che nello stesso lasso temporale (10 anni) dal 1970 al 1980 i dischi di studio pubblicati furono 13 (!!!!) dall’esordio di “Very…‘eavy..” a “ Conquest”. Torniamo al concerto dicendo che il Rolling Stone all’interno si presenta bene con due file di spalti a sedere per circa 200 persone ed il resto in piedi. Il pubblico è ordinatissimo malgrado giri molto alcool ma nessuno dà in eccesso e pensa solo a divertirsi compostamente: sicuramente un esempio di buona educazione.
Si parte puntuali alle 21 con Wake the sleeper, il brano che apre il nuovo disco. Il sound è violentissimo e al limite del metal in questo brano. Certamente Russell Gilbrook, il nuovo arrivato dietro ai tamburi, conferisce una potenza inusitata ed ignota fino ad ora al gruppo. Il suo stile, molto moderno, ricalca, per certi versi, quello di bands attuali sul genere Red Hot Chili Peppers, facendo anche un largo uso di cymbals giganteschi. Come nel loro stile gli altri 4 componenti sfoggiano grandi sorrisi al pubblico che, dopo altri due brani tratti dal nuovo album, ha la prima possibilità, incitato da Bernie Shaw, di unirsi ai cori. Si tratta del classic “Stealin’” , eseguita come sempre con maestria. E’ poi la volta di “Sunrise”, altro brano storico. La “novità” nel look riguarda il chitarrista Mick Box, che ora si è fatto biondo e che, mostrando un enorme crocifisso sul petto, si avvicina paurosamente ad una copia di Toni Iommi dei Sabbath…il suo potere istrionico è sempre lo stesso soprattutto quando con la mano destra finge di “incantare “ le corde a mo’ di celebrazione come un vecchio stregone. Seguono “Heaven’s rain”, “Book of lies” e “Light of a thousand stars”, altri tre pezzi dall’ultimo disco. Devo ammettere che la resa dei pezzi nuovi dal vivo mi entusiasma rispetto all’ascolto che avevo fatto sul cd. “ Wake the sleeper” è un buon disco, a mio avviso, pur non raggiungendo i livelli dei precedenti “Sea of light “ e “Sonic origami”. Un piccolo assolo di Hammond introduce il riff di “Gypsy”, intonata da tutto il pubblico a squarciagola; poi “ Look at yourself” prima di snocciolare i restanti 5 brani da “Wake the sleeper”:
“What kind of God”, “Ghost of the ocean”, “War child”, “Shadow” e Aangels walk with you” .
Come spiegato dal cantante, “What kind of God” parla della invasione e della strage operata dall’uomo bianco nei riguardi degli indiani d’America e, a mio parere, si avvia a diventare una delle ballad classiche della band in futuro. Siamo agli ultimi hits e così parte una versione molto strana e quasi funky di “July morning” durante la quale Trevor Bolder non riesce proprio a rimanere composto sfoderando dal suo Fender Jazz grande tecnica e coinvolgimento. La successiva “Easy livin’ ” viene eseguita in medley con la precedente e pone fine al concerto fra l’entusiasmo e le ovazioni dei circa 600-700 presenti. Gli Uriah Heep ringraziano in italiano commuovendo il pubblico che spera ancora in altri pezzi. I cinque ritornano sul palco per l’esecuzione finale di “Lady in black” con Mick Box alla chitarra acustica. Tutto il Rolling Stone, incitato da Bernie, canta a cappella con anche evidenti stonature…ma che importanza ha ? Questa ballata unisce tutti i presenti dai ventenni fino ai sessantenni. E’ finita. Il servizio fa sfollare rapidamente e così hanno inizio gli incontri tra gli Heepsters di tutta Italia. Conosco Luca Pittalis, il responsabile del sito italiano, alcuni componenti della tribute band marchigiana degli Woodstock e Enrico, un appassionato milanese che, accompagnandoci gentilmente alla vicina pizzeria, mi racconta la sua vita musicale e non. Mi ricorda entusiasta di aver visto Peter Gabriel e compagni a Torino nel 1975 durante il tour di The Lamb. Facciamo le foto di rito in pizzeria e poi bisogna ripartire per Trento…c’è sempre il problema del Day after.
Per concludere: un concerto all’altezza del gruppo con molta energia ed ancora tanta voglia di divertire il pubblico nonostante l’età dei componenti: Sul palco era presente una strumentazione essenziale con chitarra, basso, batteria e Hammond eppure il gruppo dimostra ancora una volta di saperci fare lasciando da parte le elucubrazioni e gli svolazzi ipertecnici di tanti gruppetti metal dell’ultima ora. Se solo questi ultimi venissero a guardarsi un concerto così…avrebbero tanto da imparare su come si arrangia un brano e lo si propone e lo si fa piacere al pubblico, davvero…credetemi
Clavdivs
Setlist:
Wake the sleeper
Overload
Tears of the world
Stealin’
Sunrise
Heaven’s rain
Book of lies
Light of a thousand stars
Gypsy
Look at yourself
What kind of god
Ghosts of the ocean
Warchild
Shadow
Angels walk with you
July morning
Easy livin’
Lady in black
Il concerto di Schiodi venerdì 4 luglio è stato migliore di quanto mi aspettassi:
molto pubblico, seppure disertati i posti a sedere numerati perché più cari. L’età media non era altissima, per quanto si potesse ipotizzare, e vi erano moltissimi giovani, addirittura fans di generi diversi vista la presenza di magliette Iron Maiden e Clash. I soliti volti noti che non vedi magari nella tua città .
Al capannello dei biglietti mi sento chiamare: “ Hey, bassista degli Uriah Heep !”, penso, “ Cazzo c’è anche Trevor Bolder !” Ed invece era al mio indirizzo. Era il tastierista dei “Doors “ ! non Ray Manzarek, ovviamente, ma il cembrano della tribute band trentina; così ci siamo fermati a parlare e a cercar di combinare il solito concerto assieme. Si parte quasi in orario alle 21.30 senza preamboli o opening acts. La temperatura, che temevo asfissiante, è invece perfetta; saranno una ventina di gradi e la presenza dell’erba sicuramente allenta il caldo cittadino. Il concerto è diviso in due parti con una intermission (come l’ha chiamata Ian Anderson) di 20 minuti. Palco e service adeguati ed eccelsi seppure il mixer fosse analogico e di un service Trevigiano.
Strumentazione ridotta al minimo sul palco in maniera incredibile…sono finiti i tempi faraonici e sfarzosi del prog . Attrezzatura del tastierista al limite del ridicolo…una sola tastiera quasi come quella che ho nella sala prove dei miei “boci” che fa Hammond, piano e tutto il resto, Martin Barre con una Gibson, Anderson con la solita chitarrina minuscola che “ it makes me feel bigger…”.
Prestazione maiuscola di tutta la band dal punto di vista esecutivo-strumentale; assolutamente nulla da dire per gli arrangiamenti, stacchi, passaggi, medley, finali: una qualità superiore agli altri gruppi. Martin Barre ricava un suono dall’elettrica personalissimo. Su tutti considero Doan Perry, il batterista di Los Angeles che fa un miniassolo all’interno di Dharma for one; mini perché, come sostiene Ian prima del pezzo, sarebbe oggigiorno “out of fashion” riproporlo come nel 1970 lungo e interminabile.
Spesso i pezzi vengono presentati con dovizia di particolari storici e autoironia andersoniana. Ad esempio prima di Nursie, con il bassista al Glockenspiel, “ This is a short song from Living in the past and I like the short songs very much…”, preludio ironico forse alla presentazione di Thick as a brick” la suite interminabile ???
Frecciatina prima di “We used to know” dal saccheggiatissimo album “Stand up”, il dichiaratamente preferito da Anderson: “ The next song is dedicated to a very famous american band – The Eagles-…” e con molti particolari prosegue…- the chords’ sequence is different but the melody is purely the same as We used to know…. Insomma la polemica con il presunto plagio di Hotel California continua. Dedica a Bach prima di “Bourèè” e al suo mito , il flautista jazz “ Roland Kirk” , prima di “Serenade to a cuckoo”. Poi, durante la prima parte, fa presente che nei Jethro sono passati ben 7 bassisti e …”This is dedicated to one of them, Jefffrey Hammond-Hammond…” è in pratica “Song for Jeffrey. Alcuni brani sono rinnovati e stravolti negli arrangiamenti e suonano più freschi, altri uniti in medley: “We used to know” e “With you there to help me” per esempio.
E’ poi il momento della finzione letteraria di Gerald Bostock , come racconta Anderson, ma in quanti sapranno la storia o ci crederanno ancora veramente a distanza di tanti anni ???
Compare pertanto la copertina di “Thick as a brick” e parte il leggendario arpeggio all’acustica e con un boato dal pubblico. Si tratta di un album complesso con dovizia di tempi in 11/8 e 7/8 e eppure amatissimo. Vengono proposte solo l’intro mitica, l’Hammond passage ed il finale.
Sullo schermo retrostante scorrono foto e filmati storici dal 1968 ad oggi e, nel caso di Aqualung, lo spartito ufficiale (?). La versione del classico è potente con Barre in grande spolvero.
Finalmente il pubblico si alza dai seggiolini dopo essere stato inchodato dall’inizio.
Salutano ma ritornano per un unico bis che, come annuncio a mia sorella, sarà “Locomotive breath”, un brano che non ho mai apprezzato particolarmente ma notissimo perchè proviene da “Aqualung” ; ancora immensi Doan Perry, un autentico motore, e Barre con i suoi accordi stoppati.
Finisce qui. Ancora grandi a distanza di anni malgrado qualche carenza vocale di Anderson ma stranamente più nella prima parte del concerto che non nella seconda, come se avesse dovuto scaldarsi…
Li ho visti per la terza e forse…chissà…
1982 – Padova-Palasport San Lazzaro con guerriglia urbana e lacrimogeni nella mia gola.
1993 – Trento – stadio Briamasco…tutto tranquillo con Anderson che offre thè al pubblico invitato sul palco
2008 – Schio –area Campagnola
Setlist ( non in ordine di esecuzione):
My Sunday feeling (This was)
Serenade to a cuckoo ( This was)
Dharma for one ( This was)
A song for Jeffrey ( This was)
A new day yesterday ( Stand up)
Bourèè ( Stand up)
Nothing is easy ( Stand up)
We used to know ( Stand up)
For a thousand mothers ( Stand up)
With you there to help me ( Benefit)
Aqualung ( Aqualung)
Locomotive breath ( Aqualung)
Thick as a brick ( Thick as a brick)
Living in the past ( Living in the past)
Nursie (Living in the past)
Too old to rock’nroll too young to die (Too old to rock’nroll too young to die)
Heavy horses ( Heavy horses)
Rock on the road ( Catfish rising)
Clavdivs

