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novembre 22, 2008

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 Dal nostro inviato Clavdivs

 

RECENSIONE DEL CONCERTO DEGLI URIAH HEEP

Milano – 9 novembre 2008

 

 

Quando giungiamo a Milano, io, mia sorella Micaela e il fido allievo Emanuele scorgiamo già la “fila” fuori dal Rolling Stone mentre cerco un parcheggio nelle vicinanze. Si tratta di una coda ordinatissima; sono finiti i tempi degli scontri con i poliziotti per pretendere di entrare gratis ai concerti come succedeva negli anni ‘70. Ricordo ancora una guerriglia urbana con camionette e lacrimogeni e fughe nel fango in cui fui coinvolto anch’io a Padova fuori dal palasport S.Lazzaro nel maggio del 1982. Tutti in fila quindi giovani e non più giovani. Una volta entrati sbirciamo ovviamente l’angolo del merchandising fra tour books, cappellini e tee-shirts tutti riferiti al nuovo disco “Wake the sleeper” di cui si cerca di fare una grande promozione. Il gruppo non faceva uscire un disco nuovo di studio dal lontano 1998 !  Un varco  di tempo quasi incredibile e ignominioso per una  band che ha venduto più di 40 milioni di dischi e visitato tutti e 5 i continenti in tour.

Se poi pensiamo che nello stesso lasso temporale (10 anni) dal 1970 al 1980 i dischi di studio pubblicati furono 13 (!!!!) dall’esordio di “Very…‘eavy..” a  “ Conquest”. Torniamo al concerto dicendo che il Rolling Stone all’interno si presenta bene con due file  di spalti a sedere per circa 200 persone ed il resto in piedi. Il pubblico è ordinatissimo malgrado giri molto alcool ma nessuno dà in eccesso e pensa solo a divertirsi compostamente: sicuramente un esempio di buona educazione.

Si parte puntuali alle 21 con Wake the sleeper, il brano che apre il nuovo disco. Il sound è violentissimo e al limite del metal in questo brano. Certamente Russell Gilbrook, il nuovo arrivato dietro ai tamburi,  conferisce una potenza inusitata ed ignota fino ad ora al gruppo. Il suo stile, molto moderno, ricalca, per certi versi, quello di bands attuali sul genere Red Hot Chili Peppers, facendo anche un largo uso di cymbals giganteschi. Come nel loro stile  gli altri 4 componenti sfoggiano grandi sorrisi al pubblico che, dopo altri due brani tratti dal nuovo album, ha la prima possibilità, incitato da Bernie Shaw, di unirsi ai cori. Si tratta del classic “Stealin’” , eseguita come sempre con maestria. E’ poi la volta di “Sunrise”, altro brano storico. La “novità” nel look riguarda il chitarrista Mick Box, che ora si è fatto biondo e che, mostrando un enorme crocifisso sul petto, si avvicina paurosamente ad una copia di Toni Iommi dei Sabbath…il suo potere istrionico è sempre lo stesso soprattutto quando con la mano destra finge di “incantare “ le corde a mo’ di celebrazione  come un vecchio stregone. Seguono “Heaven’s rain”, “Book of lies” e “Light of a thousand stars”, altri tre pezzi dall’ultimo disco. Devo ammettere che la resa dei pezzi nuovi dal vivo mi entusiasma rispetto all’ascolto che avevo fatto sul cd. “ Wake the sleeper” è un buon disco, a mio avviso, pur non raggiungendo i livelli dei precedenti “Sea of light “ e “Sonic origami”. Un piccolo assolo di Hammond introduce il riff di “Gypsy”, intonata da tutto il pubblico a squarciagola; poi “ Look at yourself” prima di snocciolare i restanti 5 brani  da “Wake the sleeper”:

“What kind of God”, “Ghost of the ocean”, “War child”, “Shadow” e Aangels walk with you” .

Come spiegato dal cantante, “What kind of God” parla della invasione e della strage operata dall’uomo bianco nei riguardi degli indiani d’America e, a mio parere, si avvia a diventare una delle ballad classiche della band in futuro. Siamo agli ultimi hits e così parte una versione molto strana e quasi funky di “July morning” durante la quale Trevor Bolder non riesce proprio a rimanere composto sfoderando dal suo Fender Jazz grande tecnica e coinvolgimento. La successiva “Easy livin’ ” viene eseguita in medley con la precedente e pone fine al concerto fra l’entusiasmo e le ovazioni dei circa 600-700 presenti. Gli Uriah Heep ringraziano in italiano commuovendo il pubblico che spera ancora in altri pezzi. I cinque ritornano sul palco per l’esecuzione finale di “Lady in black” con Mick Box alla chitarra acustica. Tutto il Rolling Stone, incitato da Bernie, canta a cappella con anche evidenti stonature…ma che importanza ha ?  Questa ballata unisce tutti i  presenti dai ventenni fino ai sessantenni. E’ finita. Il servizio fa sfollare rapidamente e così hanno inizio gli incontri tra gli Heepsters di tutta Italia. Conosco Luca Pittalis, il responsabile del sito italiano, alcuni componenti della tribute band marchigiana degli Woodstock e Enrico, un appassionato milanese che, accompagnandoci gentilmente alla vicina pizzeria, mi racconta la sua vita musicale e non. Mi ricorda entusiasta di aver visto Peter Gabriel e compagni a Torino nel 1975 durante il tour di The Lamb. Facciamo le foto di rito in pizzeria e poi bisogna ripartire per Trento…c’è sempre il problema del Day after.

Per concludere: un concerto all’altezza del gruppo con molta energia ed ancora tanta voglia di divertire il pubblico nonostante l’età dei componenti: Sul palco era presente una strumentazione essenziale con chitarra, basso, batteria e Hammond eppure il gruppo dimostra ancora una volta di saperci  fare lasciando da parte le elucubrazioni e gli svolazzi ipertecnici di tanti gruppetti metal dell’ultima ora. Se solo questi ultimi venissero a guardarsi un concerto così…avrebbero tanto da imparare su come si arrangia un brano e lo si propone e lo si fa piacere al pubblico, davvero…credetemi

 

Clavdivs

 

Setlist:

 

Wake the sleeper

Overload

Tears of the world

Stealin’

Sunrise

Heaven’s rain

Book of lies

Light of a thousand stars

Gypsy

Look at yourself

What kind of god

Ghosts of the ocean

Warchild

Shadow

Angels walk with you

July morning

Easy livin’

Lady in black

 

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